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	<description>Psicologa, Psicoterapeuta</description>
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		<title>Il gioco con la sabbia</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 13:19:22 +0000</pubDate>
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Questo qualcosa è costruire una scena dentro la sabbia,  Un “gioco” quindi che si esplica attraverso il contatto con la materia (sabbia, terra, acqua) che inizia con il movimento delle mani che cercano, modellano e costruiscono.</span></div><p><span class="fs14lh1-5">Le mani si muovono, camminano, come narra una vecchia leggenda africana che: “… Per ascoltare la terra, gli spiriti e gli antenati, bisogna camminare con le mani. Attraverso le vene le orecchie si mettono in ascolto e attraverso gli occhi e il corpo il cuore si apre a ciò che è dimenticato, visibile e invisibile”.</span><br /><span class="fs14lh1-5">Un contatto con la materia quindi, che inizia con il movimento delle mani che “smuovono” la terra e con essa le energie psichiche, orientandole verso i contenuti interni e nello stesso tempo mettono in moto, attivano una comunicazione corporea, nel senso che dà, restituisce la parola al corpo ristabilendo l’unicità della persona.</span><br /><span class="fs14lh1-5">La manipolazione della sabbia-terra attiva il livello corporeo e lo mette in relazione con le emozioni, con gli affetti, attraverso la sensazione tattile e proiettiva delle mani che giocano, e del corpo che si muove nel cercare oggetti consoni alla costruzione della scena, unitamente alla percezione visiva dello sguardo che accompagna il movimento del dare forma al gioco, permettendo un ritorno alla dimensione originaria del rapporto con le emozioni. A quelle emozioni “pietrificate” e rimaste imbrigliate nell’evento da cui è scaturito il sintomo. Come un ritornare nel “luogo” della sofferenza, una regressione controllata, come direbbe Winnicott, che passa attraverso e con il contatto con la materia che si fa immagine, e che libera le emozioni imprigionate dagli eventi del passato permettendo il rifluire di nuove energie intorno al potenziale creativo (D. W. Winnicott, 1974).</span><br /><span class="fs14lh1-5">La rappresentazione dell’evento psichico che il paziente inscena, costruisce nella sabbia, rivela e dispiega qualcosa di più complesso rispetto all’evento stesso; essa offre un materiale più armonioso, più ricco di valori affettivi e più articolato nel senso che in essa appaiono simboli che possono essere riferiti a un vissuto antico, cioè al passato, in un contesto completamente nuovo e protetto; simboli che si riferiscono al quotidiano e che contengono anche elementi del problema, cioè del sintomo; simboli che hanno una valenza transferale e che hanno a che fare con la relazione terapeutica, e simboli che alludono, anticipano la risposta cioè la via da percorrere per procedere nel percorso di individuazione. In essa appaiono anche simboli che rimandano a quelle forme di immagini primitive, arcaiche già esistenti alla mente, a quelle forme primarie e più profonde della psiche dove opera una “animazione inconsciente dell’archetipo” (C. G. Jung, 1935).  </span><br /><span class="fs14lh1-5">Sono tutti contenuti che ritroviamo nei sogni che il paziente porta in analisi, ma a differenza del sogno il lavoro con le sabbie evidenzia anche qualcosa di diverso, in ragione del fatto che il paziente racconta di sé senza il tramite del sapere del terapeuta poiché è la sua fantasia che opera: è ciò che agisce in lui che crea una sorte d’incontro ravvicinato tra l’Io e  l’inconscio. L’autocreazione scenica avviene con un Io desto, anche se non consapevole, che partecipa in diretto confronto con i complessi psichici sul terreno della fantasia, la personalità conscia e quella inconscia del soggetto che costruisce, confluiscono in un prodotto che è comune ad ambedue e che le unifica. Conscio e inconscio si mescolano, si fondono, si ricongiungono, si parlano come dice De Luca Comandini su una scena comune dando luogo alla risoluzione degli opposti (F. De Luca Comandini, 1992). Crea inoltre una evoluzione immaginifica, attraverso il divenire del processo, innescando una continuità creativa tesa verso il Sé. Sono elementi questi che rendono avvicinabile il “Gioco della sabbia”, anche se ben distinto, all’</span><i class="fs14lh1-5">immaginazione attiva</i><span class="fs14lh1-5"> di cui parla Jung. Inoltre la condivisione delle fantasie creatrici del paziente, che si esplica attraverso la materializzazione della materia inconscia, rappresentata nella e con la costruzione della scena in presenza del terapeuta, rende il contenuto inconscio meno drammatico rispetto al sogno e quindi più sostenibile-comprensibile dal paziente stesso (Gruppo di ricerca, Zollikon, </span>2000, M<span class="fs14lh1-5">. Kalff).</span><br /><span class="fs14lh1-5">L’esperienza che il paziente fa attraverso l’atto creativo del fare, cioè costruire la scena, non richiede né significato, né spiegazioni, né tanto meno interpretazioni, è una raffigurazione che non viene mai interpretata dal terapeuta, come dice Dora Kalff. “Non è necessario esternare al paziente le sue esperienze transpersonali per integrarle nella vita di tutti i giorni. L’integrazione segue un corso interiore che si esplica attraverso l’evoluzione del processo, il quale si muove verso lo sviluppo di nuove energie prima sconosciute e che si manifestano all’improvviso cambiando la consapevolezza rispetto alla vita di tutti i giorni” (D. Kalff, 1974).</span><br /><span class="fs14lh1-5">Un contenuto psichico rappresentato nella sabbiera può raggiungere livelli consci anche dopo alcuni mesi dalla sua realizzazione (D. Kalff, 1974; F. Montecchi, 1993); una paziente riportò un contenuto espresso in una scena dopo tre mesi dicendo: “Sa, ho capito ora il messaggio dell’immagine nella scena, anche se nel mio comportamento molte cose sono già cambiate da tempo”. In tal senso il paziente diventa consapevole, o conscio in senso non verbale, di ciò che proviene dall’inconscio e nello stesso tempo rafforza la fiducia nelle sue capacità guaritrici interiori essendo lui l’unico vero artefice della sua “guarigione”.</span><br /><span class="fs14lh1-5">Un altro elemento che è quasi sempre presente nel </span><i class="fs14lh1-5">setting </i><span class="fs14lh1-5">del “Gioco della Sabbia” è il silenzio. Man mano che il lavoro procede il paziente viene assorbito totalmente dal silenzio. E’ un silenzio che non è vuoto, ma un silenzio che crea movimento, che sposta il livello di comunicazione su un altro piano, direi più profondo, proprio perché determinato dal silenzio, dove si innesca una modalità di ascolto più sottile. Il paziente è in ascolto di se stesso, dell’altro e di quello che sta emergendo dall’attività delle sue mani, un’attività indispensabile perché urgente e ineludibile che tende a stabilire un ordine nell’universo, apparentemente paradossale, degli opposti complementari: coscienza e inconscio, personale e collettivo, relativo e assoluto, senza averne coscienza, ma che egli può cogliere e apprendere attraverso l’esperienza che ne scaturisce dall’azione del rappresentare perchè la fonte originaria è un sentire ( M. Zambrano, 1961).</span><br /><span class="fs14lh1-5">Anche il terapeuta è in ascolto di se stesso, dell’altro e di quello che si sta realizzando nel quadro. Questo essere in un’unica compartecipazione emozionale mette in movimento delle energie intorno a quello che sta accadendo non solo nella scena, ma anche in ciascuno dei due che fanno parte dell’evento e cioè del paziente e del terapeuta, spinti reciprocamente dalla medesima motivazione, la ricerca di una ricomposizione della frattura che ha originato la ferita (G. Lai, 1988).</span><br /><span class="fs14lh1-5">Una ricerca che si inoltra nei luoghi invisibili dove dimorano, scorrono, si animano i significati nascosti dell’interiorità, che nel loro mostrarsi attraverso l’accadere nell’immediatezza dell’incontro, del qui e ora, possono attivare dentro ciascuno dei due quel sentire insieme, quel essere in compresenza come dice M. Zambrano, da cui scaturisce l’esperienza.</span><br /><span class="fs14lh1-5">Con il “ritiro” della parola la relazione quindi si concentra e si sposta, come dicevo, su un altro piano, meno “fisico”, in cui viene a crearsi uno spazio che non è né propriamente fisico né mentale, uno spazio vuoto-pieno simile a uno stato meditativo, uno stato meditativo attivo come dice Martin Kalff, in cui l’essere in condivisione si amplifica e si concentra su un piano più intimo e profondo, nel quale può determinarsi uno “spazio” esperieziale della realtà nella sua intensità e profondità e che sembra essere altro che vibrazione, sentire puramente passivo, ma che si trasforma in attività attraverso il “fare” esperienza del “sentire” l’ineffabile (N. Scwartz-Salant, </span>1986, M<span class="fs14lh1-5">. Zambrano, 1961).</span><br /><span class="fs14lh1-5">Uno “spazio” in cui si possono verificano momenti sincronici profondi poiché vengono a intrecciarsi e a fondersi le esperienze di entrambi i “viandanti” e dove l’inesprimibile sperimenta una nuova modalità di elaborazione sia per il paziente che per il terapeuta.</span><br /><span class="fs14lh1-5">La modalità di esperire la realtà attraverso il sentire  come dice Buttarelli sottopone a un rischio continuo, il rischio dell’incontro, rischio che è conficcato nel presente; ma non c’è modo di fare esperienza se non riguadagnando la capacità poetica di  “sentire” (A. Buttarelli, 2004).</span><br /><span class="fs14lh1-5">Il movimento di “andare a pescare” nel labirinto della psiche attraverso la modalità del fare esperienza facendo, è una modalità di esperire l’interiorità che facilita, attiva, mette in moto una modalità esperienziale unica per il paziente, in ragione del fatto che nello “scendere”, nell’immergersi nell’oscurità dell’inconscio egli non è solo, c’è anche l’altro, il terapeuta, colui che “sta in presenza”, che accompagna e sostiene prendendosi la responsabilità di guardare l’indicibile, l’inesprimibile e di accoglierlo nell’atto del suo apparire condividendone il peso. Questo crea fiducia, curiosità nell’altro che non necessariamente sfocia nella benevolenza dell’essere in comunione. Molte volte è una sfida, una provocazione, ma è proprio l’imprevedibilità dell’altro che mette in moto la creatività del terapeuta nell’escogitare possibilità, modalità, sentieri nuovi.</span><br /><span class="fs14lh1-5">Anche per il terapeuta che partecipa alla nascita dell’evento psichico, attraverso la rappresentazione simbolica nella scena, è un evento eccezionale. In quanto spettatore attivo-passivo egli si lascia condurre dall’altro nelle regioni sconfinate dell’interiorità come co-autore di un processo di costruzione della realtà, che contiene in sé passato e presente, invariabilmente determinata dalla sua interazione con il paziente e dall’attivazione degli schemi relazionali di entrambi, ed esperisce con l’altro come un complesso, una emozione, un vissuto si modella e prende forma nel suo manifestarsi attraverso il linguaggio simbolico.</span></p></div></div></div></div></div></div>								</div>
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		<title>Lo spazio protetto</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 13:17:08 +0000</pubDate>
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Questo gioco della fantasia influenza la dinamica dell’inconscio, smuove e mette in moto energia psichica che va contenuta, vincolata. Va protetta, come dice Dora Kalff, affinché possa svilupparsi in modo fruttuoso, possa trasformarsi in energie creative e agire così sulla psiche.</span></div><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Perché ciò avvenga è necessario che il gioco della fantasia sia espletato entro confini “limitati e individuali” e alla presenza di un terapeuta, di un “custode”, come lo definisce Dora Kalff, in grado di mettere in custodia lo spazio, la libertà e i limiti (D. Kalff, 1966).</span><span class="imTAJustify fs14lh1-5">  </span><span class="imTAJustify fs14lh1-5">La triade che ne scaturisce nel mettere insieme lo spazio, la libertà e i limiti si presenta come un’unità inscindibile a cui si attengono sia il paziente che il terapeuta. Questa triade crea già di per sé un’unione, un legame, una relazione che si sviluppa seguendo traiettorie individuali e nello stesso tempo comuni.</span><span class="imTAJustify fs14lh1-5">   </span><br /><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Lo spazio della sabbiera quindi è uno spazio libero con dei limiti ben definiti in cui il paziente materializza il suo spazio interno attraverso la sua fantasia psichica, uno spazio che si trova all’interno di un altro spazio più ampio che è la stanza della sabbia; il tutto è “sorvegliato”, nel senso che è accolto in un altro spazio che è la mente del terapeuta il quale si presenta, si offre anch’esso come uno “spazio vuoto” e quindi libero di accogliere e contenere tutto ciò che nei vari spazi si manifesta e che a sua volta ha dei limiti ben definiti nel senso che il terapeuta non può intervenire nello spazio circoscritto della sabbiera e non interpreta ciò che in essa si manifesta.</span><br /><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Uno spazio quindi, quello del terapeuta, che è rappresentato dalla sua disponibilità interna che rende ragione della sua funzione che è quella di creare un’atmosfera favorevole, resa possibile proprio attraverso l’attivazione di un “vuoto interiore” aperto e pronto ad accogliere tutte quelle ragioni del cuore che consentono di intravedere il senso dell’esperienza psicologica e umana, e di andare al di là della loro apparenza per afferrare e interpretare la dimensione profonda e radicale (D. Kalff, 1974). Uno spazio interno, quello del terapeuta, dove è possibile attivare un ascolto intuitivo, un’area infinita e impalpabile del cuore come forma di conoscenza; di quella conoscenza che si rende manifesta attraverso le “antenne vibranti dell’intuizione”, come sonda che consente di intravedere le profondità dell’anima: le sue espressioni e i suoi abissi, le sue lacerazioni e la sua bellezza (S. Weil, 1985).</span><br /><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Lo spazio protetto, la sabbiera, diventa quindi qualcosa da mettere a disposizione dell’altro per fare esperienza della sua realtà psichica nell’assoluta libertà di immaginare e di scegliere una propria modalità di cammino interiore, di dialogare con il proprio mondo interno attraverso un altro infinito mondo simbolicamente rappresentato e a sua disposizione, dal quale si sollevano echi, richiami, inviti, solleciti, voci assopite, ma non dimenticate, e attraverso il quale far rivivere, portare in essere volti, luoghi, sapori, dolori imprigionati nei sotterranei oscuri della psiche in un gioco infinito di rappresentazioni. Un luogo-spazio inusuale per il paziente in cui fare esperienza della sua realtà psichica che si materializza attraverso l’utilizzo di un infinito conscio collettivo già “storicizzato” in oggetti al servizio dei bisogni consci e inconsci del singolo processo di sviluppo; e che scaturisce e viene arricchito dal mondo immaginale del terapeuta che gioca a raccogliere e a collezionare oggetti e figurine, che hanno sì una valenza simbolica già storicizzata, ma che egli sceglie anche in base alla risonanza con il proprio vissuto interno che quel particolare oggetto attiva dentro di sé. In tal senso possiamo dire che ogni oggetto che il paziente usa nella scena porta con sé immagini relative al proprio vissuto e nello stesso tempo evoca immagini e vissuti del terapeuta.</span><span class="imTAJustify fs14lh1-5"> Questo mette in moto energie sincroniche, facilita il dispiegarsi e incrociarsi di vissuti interiori sul piano simbolico in uno spazio di gioco, in cui viene e determinarsi una sovrapposizione di due modalità di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta di cui parla Winnicot (D. W. Winn</span><span class="imTAJustify fs14lh1-5">icott, 1971).</span><br /><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Possiamo dire che la stanza della sabbia si configura come un laboratorio “alchemico” in cui vengono a confluire più livelli di spazi sia percettivi che strutturali, quindi sia esterni che interni alla coppia analitica e che nel loro incontrarsi creano un ulteriore spazio, uno spazio gravido di opportunità, di momenti pregnanti in cui può scaturire una sorte di insolita apertura dell’uno e dell’altro, che accelera e in qualche modo precondiziona il costituirsi di quello spazio magico che farà da contenitore al processo stesso.</span><span class="imTAJustify fs14lh1-5">    </span><div class="imTAJustify"> </div><div> </div></div></div></div></div></main><footer id="imFooter"><div id="imFooterObjects"><div id="imFooter_imObjectTitle_02_wrapper" class="template-object-wrapper"> </div></div></footer></div></div></div></div></div></div>								</div>
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		<title>Pratica analitica</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 13:15:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella pratica analitica mi  ispiro al pensiero di C.G. Jung valorizzando le potenzialità di autoguarigione presenti nell’inconscio personale e collettivo.Mi occupo di disturbi di ansia, attacchi di panico, disturbi dell’umore, gestione dello stress, disturbi della personalità, crescita personale, benessere psicologico.Lavoro con bambini, adolescenti e adulti.Lavoro utilizzando modalità diverse di approccio psicoterapico: dal lettino, al lavoro sui [&#8230;]</p>
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